FUTURO ANTERIORE

Io non so perché, ma dopo i cinquant’anni, forse a causa della incipiente presbiopia, l’orizzonte sembra prendere una piega tutta sua ed è forse per questo che la memoria ci riporta a ricordare momenti per i quali più che la vista è l’emozione a guidare. Cara Angelica, è proprio in una di queste occasioni che mi sono ritrovato poco più che trentenne insieme a te nel 2010, nella tua cameretta di Dosso del Corso a Mantova. È un primo pomeriggio d’estate, intorno afa umida padana, niente condizionatore, tu nel tuo lettino che di dormire non hai propria voglia. Ti sento prima saltellare, cigola la rete pur essendo nuova di pacca, e poi inizi ad urlare, e lo fai con un’energia tutta tua, lo fai e sembra che tu voglia farlo sapere a tutto il quartiere. Sono le due del pomeriggio, io sono solo a casa con un solo compito da portare a termine: farti fare il sonnellino pomeridiano. E così che con tutta la buona volontà e il piglio che mi contraddistingue, dalla sala in cui anelavo al riposo del fine settimana post-prandiale, mi precipito da te. Spalanco la porta e tu sembri placarti, mi guardi, hai capelli corti stropicciati e occhioni brillanti, ed io ti guardo e penso a quanto alla fine sia stato facile silenziare il baccano. Poi, improvvisa, ricominci meccanica e sempre più veloce riattacchi a urlare e lo fai fissandomi e io non posso che provare a interrompere tutto con un acuto “Angelica”. Tutto tace per un paio di secondi, poi ricominci a saltellare ed io finisco per provare a controllare il senso di frustrazione. Stavolta però il tuo ritmo è più lento e tu affaticata mi ripeti “papà, io voglio fare quello che voglio fare”. Incredulo ti ascolto. Me lo ripeti, ed io capisco, sì capisco che alla fine hai ragione, che in quelle parole hai probabilmente condensato il senso di tutto. Mi fermo con te, ti prendo la manina, e guardandoti negli occhi decido di fare silenzio, poi ti sussurro “come darti torto”, esco dalla stanza e tu ti plachi. Raggiungo il divano, non mi sento un vincitore, ho la sensazione di aver reimparato qualcosa, a impartire la lezione è stata una piccola donna, quel giorno sei stata tu il mio maestro Angelica. Quella lezione la porto nel cuore e te la vorrei ridettare mentre ti appresti ad entrare nell’aula del liceo in cui stai per sostenere il primo vero esame (scolastico s’intende) della vita: la maturità. Sono quasi le due, sei l’ultima delle interrogate della giornata tra corridoi ormai spopolati. Sei bellissima, naturalmente raffinata, elegante nella tua ricercata semplicità, ti osservo e nei tuoi occhi rivedo quella bimba di quindici anni più giovane, mi emoziono come quella volta sciogliendomi al tuo abbraccio dopo quasi un’ora fitta d’esame. Per lo Stato sei una maturata, in realtà sono sicuro che non lo sarai mai del tutto. A diciannove anni puoi pensare di diventare quello che vuoi, un lusso enorme che capirai bene alla mia età e per il quale è fondamentale lasciarsi guidare proprio dalle tue parole di bimba: “fare quello che si vuole fare”. Sia ben chiaro è fondamentale che ciò avvenga avendo cura di non arrecare danno ad alcuno e, se possibile, con l’obiettivo di lasciare il mondo a bocca aperta. È questo che ti auguro Angelica e te lo scrivo forte, con gli occhi al cielo e i piedi ad un centimetro da terra, proprio come te quel pomeriggio, a perenne memoria di ciò che sarà.

Autore: Salvo Garipoli

Dipinto: Simone Favero