LA FOTO DELLA SCUOLA ELEMENTARE

Accade certe volte cercando di liberare spazio di mettere via interi anni della propria vita. E accade così che dei ricordi scappino fuori di corsa velocissimi, come se fossero perfettamente presente.
In mano dismettendo pezzo per pezzo oggetti vecchi, impolverati, colori a cera consumati, un righello con sopra un panda che in questo marasma di oggetti da scuola elementare non saltassero fuori solo i quaderni e un pallottoliere dall’astuccio rigorosamente rosa, ma una foto.
Una di quelle che si fanno a fine anno, che comunemente si chiamano foto ricordo.
Una sfilza di bambini della seconda o terza elementare, non si legge più bene l’anno. E’ a colori ed è stata scattata nel cortile della scuola, lungo la cancellata che ne fa da perimetro.
E’ una di quelle foto tipiche, con i bambini messi tutti vicini vicini per stare dentro l’obiettivo, e con criteri di altezza affinchè i volti non vengano coperti a discapito dei più piccini. Foto di rappresentanza insomma. Tutti con il grembiulino blu e il colletto, e un fiocco bianco per le bimbe. Imbrattati di gesso, sudore e inchiostro messi in posa. Poi c’è una bambina, con i capelli con un nastrino sbilenco che dovrebbe trattenere un ciuffo ribelle in tanti capelli corti, vicino al maestro. Proprio questa bambina ha un maglioncino celeste polvere, qualcosa che sa di colore fatato ed ha l’espressione di chi deve essere stata richiamata pesantemente. Doveva essere fatta la foto per l’anno scolastico, erano stati avvisati di presentarsi tutti col grembiulino perché sarebbe venuto il signor Randisi, fotografo di professione a ritrarli. Una cosa serissima, più che solenne. La Foto ricordo, tutti in perfetta uniforme scolastica e lei no. Si era dimenticata quel giorno il suo grembiulino. Accanto a lei la sua storica compagnetta di banco, che sapeva disegnare in modo clamoroso, vicino a lei tanti riccioli neri di una mente finemente matematica. E un altro bambino che ancora non indossava gli occhiali che sempre le è stato accanto, come stanno le semplici cose, come chi sa dei tuoi occhi com’erano e li riconosce ancora e non si fa mai ingannare, come chi sa che si diventa cuore. Ma a guardarla bene quella foto nemmeno il maestro indossava uno dei suoi soliti elegantissimi completi. Perché, va detto, il signor maestro è un’istituzione di rigore ed eleganza. O meglio di quello che con gli anni poi col mio mestiere avrei chiamato “decoro della professione” che pare tante volte non vada più tanto di moda.
Lui entrava ogni mattina in classe sbarbato, in abito con la cravatta e un quotidiano sotto il braccio, e posava le sue chiavi di casa sulla cattedra, in cui raramente dietro si sedeva. Era piccolino di statura e canuto. Ma appariva tra quei minuti banchi di scuola un gigante. E lo era per davvero. Insegnava ai suoi alunni tutto. Dalla prima alla quinta elementare. Li aveva visti inforcare strabici la penna, stentare nella lettura fino a vederli crescere. In tutto quel corso di acquisizione delle competenze quel piccolo maestro con la sua cravatta perfetta aveva compiuto un assoluto prodigio. Aveva visto nel più profondo del loro essere ogni bambino che gli era stato affidato e avendone riconosciuto in ognuno un qualche talento differente. Non aveva fatto proclami di bravura su questo o su quello o su i mestieri che secondo le inclinazioni già potevano intuirsi. Aveva permesso di farli esplodere, come solo i bruchi che si trasformano in farfalle sanno fare. Aveva compreso dove tutti quei suoi piccoli bambini eccellevano, cosa gli piacesse e gli aveva dato strumenti non convenzionali ai tempi per la didattica anni 80.
Per quanto riguarda la bambina col maglioncino celeste ho diverse cose da dichiarare e che vadano, si capisce, messe agli atti. Quando lo vide per la prima volta ne rimase potentemente delusa. Perché tutti avevano avuto una maestra prima di lei e ora che finalmente era arrivata alla prima elementare si ritrovava questo uomo severo davanti? Per cui a questa parte scrivente tocca l’onere e l’onore di parlare del suo Maestro. Si dice che tutto quello che siamo si formi come in una bolla nei nostri primi ventanni, la mia bolla deve invece essersi straformata nei primissimi dieci. Mi insegnò a scrivere. Non la scrittura comune dei dettati, dei copiati in bella calligrafia, dei riassunti o dei temini. No. Mi insegnò la radice oscura, segreta e magica della parola e di quello che potentemente può far accadere. Inventare favole che potevano diventare disegni colorati, inventare storie scritte a otto mani seduti in circolo dove ognuno metteva un pezzettino e poi la si cuciva. E fin qui si potrebbe pensare alla sperimentazione ardita di una modernissima pedagogia o proprio del suo essere rivoluzionario. Eppure quello che fece fu qualcosa di più profondo. Di più sottile. Un giorno e lo ricordo bene ero a casa della zia, la Signorina, che faceva la maestra nella stessa scuola e per seguirmi aveva chiesto che la sua classe avesse gli stessi miei turni pomeridiani, perché l’edilizia scolastica era quella che era e le aule non bastavano per tutti i bambini e allora dovevamo alternaci. Con i compiti poi io sono sempre un po’ stata quella dell’ultimo minuto e stavo rischiando di portare la computisteria vuota. Senza consegna eseguita. Mi dissi che forse anche se all’ultimo momento potevo provarci. Magari non sarebbe stato un compito ben riuscito, ma non sarei stata sgridata per non aver studiato. Così presi la mia bella pagina bianca e ripassai a mente la sua voce che diceva “ guarda e dimmi cosa provi …”
Su un mobile se ne stava un’orchidea screziata, in un vasetto, a fare bella mostra di sé. E scrissi dicendo esattamente né più e né meno cosa provassi. Il voto sul quaderno lo ricordo ancora perfettamente. “Eccellente, bravissima la poetessa”. E giuro, proprio non me l’aspettavo. Ero io che ricevevo un dono immenso. Mi aveva insegnato che potevo tradurmi in parole. Che potevo tradurre tutto in parole, la fantasia, il mio universo fatto di mille storie e sensazioni, di sguardi e di giochi, di minute memorie, di sapori. E soprattutto mi aveva insegnato a salvarmi con le parole, che queste sarebbero state il mio galleggiante nelle tempeste, perché far uscire un dolore, dare forma a quello che si ha dentro, fare esprimere un’anima è cura, è comunicazione, è trasformazione. E’ la legge dell’Alchimia. La parola per me diventava un diamante dalle mille sfaccettature che avrei potuto usare sempre. Di questo Maestro va detto ancora che era un dolcissimo papà, che aveva una figlia che studiava danza e che era molto bella, che aveva salvato un passerotto e che studiava a Roma. E la sentivamo tutta la nostalgia nella sua voce quando negli aneddoti per farci apprendere meglio si faceva viva la sua vita. Come quando ancora. E ci portava a volte degli opuscoli che creava per noi che avevano dei disegni e quegli schizzi erano stati fatti da un altro suo figlio. E noi ci sentivamo importanti. E poi come pronunciava il nome margherita, come fanno le persone perennemente innamorate, perché era sua moglie. E queste cose i bambini le sentono tutte.
Ci aveva insegnato a cantare Bella Ciao, perché i nostri banchi e la nostra possibilità di studiare erano la forza di un fiore di un partigiano. Ci aveva raccontato la storia senza troppo edulcorare, sapendo nel suo profondo che noi avremmo capito. Ci ha insegnato a pensare con la nostra testa. Che dirla così può sembrare un’esagerazione per dei bambini della scuola elementare. Ma io non sarei chi sono se non avessi avuto il mio maestro che un giorno di molti anni dopo avrebbe letto i miei racconti e si sarebbe complimentato guardandomi e dicendo “nivea…fatta di neve”.
Parte scrivente deve davvero molto a quel minuto uomo coraggioso che aveva iniziato la sua carriera scolarizzando gli ultimi. Non doveva essere stato facile fare il maestro presso le carceri. Perchè richiede quel genere di sapere che non sta esattamente nei manuali, ma solo in una propria personalissima sensibilità. L’umanità. Il sentire l’altro come se stesso. E in questo penso sia stato un gran credente.
E sono convinta che anche molti di quei bambini nella foto gli debbano molto di ciò che sono.
E la bambina col maglioncino color turchino, quasi inutile a dirsi, sono proprio io.

Autore Elisa Cilona

Dipinto: Matteo Garzia