COME GRANELLI DI SABBIA

Quella notte le stelle non illuminarono i tetti delle case ma il cielo inondò di lacrime la collina spezzata dal dolore. Ogni angolo divenne buio e nell’aria fredda risuonò l’urlo disperato di chi aveva perso tutto.

Era il 25 gennaio del 2026, una normale giornata invernale, dove ognuno si accingeva a vivere, nella propria abitazione, qualche ora di serenità, nella condivisione di quei gesti che caratterizzavano da tempo il pranzo domenicale, vissuto come un rituale che riuniva la famiglia. Fu proprio quello che venne spezzato dal sopraggiunto e continuo scricchiolio della terra che cominciò a sgretolarsi sotto i piedi di chi viveva in quel fronte, proprio lì in quel quartiere che in passato era già stato scenario di dissesti idrogeologici. In un’era digitale, dove tutto è di tutti nell’immediato, i video e le foto divennero virali oltrepassando presto i confini. Dopo la celere evaquazione disposta dal Sindaco,  grazie all’immediato intervento dei vigili del fuoco, della protezione civile e delle forze dell’ordine, tutto rimase per giorni sospeso tra quelle mura: la tavola apparecchiata con i piatti semivuoti, i letti dove ognuno aveva perseguito i propri sogni, le scatole dei ricordi, i panni stesi, l’auto che  si ostinava a non abbandonare il lembo di terra dove era stata custodita, la biblioteca sospesa di 4.000 volumi scritti dal grande storico niscemese Angelo Marsiano che racchiudeva  l’identità storica del paese  costruito intorno al 1600. Nei giorni successivi i cittadini vissero una tragedia della quale non ne erano i colpevoli, mentre la pioggia continuava a cadere, tra rumori di elicotteri, sirene, passerelle di uomini politici e giornalisti, rendendo traslucidi i mattoni delle vecchie strade e dei palazzi, ormai carcerati in zona rossa, che si sgretolavano  centimetro dopo centimetro.Un silenzio surreale, durante la notte permeava l’anima di quei luoghi, unici punti di ritrovo per i giovani il sabato sera e per i meno giovani, i quali si  erani aggrappati ai ricordi dei primi amori, degli eventi condivisi durante le calde sere d’estate, dei tramonti spettacolari che si potevano ammirare dal Belvedere. Eh già! Il Belvedere era l’orgoglio dei niscemesi perchè dominava la piana, quella piana che ora mostrava le ferite di quella frana che l’aveva tradita. Ma lei cosa ne sapeva di tutto ciò? Era insorta senza chiedere permesso, invadendo le coltivazioni di chi viveva di agricoltura, distruggendo quelle poche vie di comunicazione con gli altri centri abitati, violentando i luoghi dove gli animali vivevano serenamente la loro quotidianità. Il sipario si aprì in un teatro dove tutto divenne uno scenario di disperazione. Più di millecinquecento persone vennero allontanate dalle loro case e ospitate, fortunatamente da parenti e amici, gesto che testimoniò il grande cuore e la solidarietà che da tempo memorabile, vigeva tra la mia gente, mentre furgoni carichi di beni di ogni genere, provenienti da ogni parte del mondo, veicolavano per le strade  profumando di umanità, proprio quello di cui in quei momenti avevamo bisogno. Le ore si alternavano scandite dai rintocchi delle campane delle chiese settecentesche che incorniciavano piazza Vittorio Emanuele quasi a sostenerla assieme al palazzo comunale, dove i gatti gironzolavano  smarriti in cerca dei loro rifugi. Per diversi giorni il mio pensiero  si era soffermato a contemplare su quanto accaduto ai tre plessi del Comprensivo “Francesco Salerno” dove svolgo la professione di docente. Su di essi si erano create fratture che avevano spezzato i cuori e i sogni di quei bambini che costruivano il loro sapere insieme ai docenti i quali, tra lacrime e dolore e sostenuti dalla grande forza d’animo della dirigente, dovettero trasferire materiale e ricordi in altre scuole, dove vennero accolti con amore. Scene che lasciarono in me un segno indelebile, un dolore sordo che si stringeva a se stesso con grande dignità, quasi ad implodere per non dilagare più di quanto avesse già fatto. Tra la polvere e il silenzio, la croce traforata sulla dura pietra,  ubicata sul luogo lasciato vuoto dalla chiesa di Sante Croci danneggiata dalla frana del 1997, rimaneva ferma a braccia aperte, sul bordo del precipizio alto più di cinquanta metri e lungo più di cinque chilometri. Voleva proteggere il paese, affacciandosi sulla piana dove le crepe mostravano ai droni brandelli di terra ricoperte di verde frammisti a sabbia, ad argilla permeata di acque che avevano scavato in maniera silente fino a dar vita a quello scempio. Era divenuta simbolo della speranza e della resilienza ma purtroppo anch’essa, dopo giorni di angoscia, precipitò nel vuoto frantumandosi e così insieme a lei anche il conforto che la fede aveva donato agli abitanti. Guardavo dall’alto sbigottita sullo smartphone, le immagini  di quei luoghi, dove avevo scelto di rimanere affondando le mie radici, pur sapendo che il mondo mi avrebbe offerto tanto altro. Sentivo ancora il vocio dei bambini che giocavano per le strade e il profumo del pane che le donne si affrettavano a preparare per gli uomini che tornavano stanchi dal duro lavoro. Sentivo l’odore dei libri della biblioteca comunale, dedicata al grande poeta Mario Gori, dove andavo a leggere da bambina i classici della letteratura. Pensavo dispiaciuta, che non avrei più lasciato le impronte dei miei piedi su quelle vie dove si diffondeva il sapore della genuinità, dei valori della vita e dove avevo vissuto la  spensieratezza degli anni più belli. Dinnanzi allo specchio, dialogando con me stessa, mi chiedevo il perché accadono certe cose che stravolgono la vita, facendoci sentire come granelli di sabbia, fragili che volano ad ogni piccolo soffio di vento. Dopo una lunga rifllessione una risposta a tutto questo l’ho trovata. Ho capito che è dal dolore che si cresce, che in un momento tutto può cambiare, che non bisogna dare per scontato ciò che si ha e che quando nel percorso della vita senti mancare la terra sotto i piedi, quando ogni certezza diventa dubbio e ogni dubbio diventa speranza, devi necessariamente imparare a spiccare il volo.

Autore: Mirella Spinello

Dipinto: Marzia Nigito

Autore: Mariella Spinello

Dipinto: Marzia Digito