LA NAVE DA TUNISI

Al Suq, a Nacer
e alle anime perse
del Mediterraneo

Partiva quando voleva la nave da Tunisi.
A volte con un lieve anticipo ti regalava l’illusione che quelle infinite ore sarebbero passate più in fretta. Dieci ore di sola acqua salata che, se pur amata, a tratti diventavano un panorama claustrofobico. Troppo spesso partiva in ritardo e a quel punto calava la triste rassegnazione che saresti arrivato stremato alla tua destinazione. A volte era veramente piena, non c’era spazio per i pensieri, ma altre volte era così vuota che ti costringeva a navigare i tuoi turbamenti, nessuna distrazione a bordo, non c’era scampo.
Passava per il Mediterraneo la nave da Tunisi, per un mare pieno di storie da dimenticare e di sogni spezzati come le onde che vi si infrangevano contro nei giorni di vento.
La prendevano in tanti la nave da Tunisi, in troppi forse, e si organizzavano come meglio potevano. Materassini gonfiabili a terra con tanto di pompa e di diverse misure. Alcuni erano matrimoniali, perfettamente sistemati nei corridoi o ovunque ci fosse uno spazio. Donne, uomini e bambini da allattare su quei letti portatili. A lato pentole con i migliori cibi speziati, borse termiche e carte da gioco per passare il tempo con chi avresti conosciuto in viaggio. Alcuni, pur di pagare il meno possibile, avrebbero fatto di tutto. Altri realmente non potevano pagare una cabina, ma per molti era uno stile di vita: pagare il meno possibile.
Ars improvisandi o ars necessaria, in ogni caso la trovavo geniale questa bizzarra capacità di sistemarsi al meglio senza farsi mancare alcun comfort.
Non mancavano le risse sulla nave da Tunisi: bastava un nonnulla ad accendere gli animi. Si litigava già all’ingresso poiché non esisteva un concetto di fila. Tutti volevano entrare per primi per correre a prendere il primo divano disponibile. Il materasso gonfiabile, infatti, era un privilegio di quelli organizzati. I più dormivano sui divani disponibili e se quest’ultimi erano terminati, si dormiva a terra.
Se invece prendevi la cabina condivisa con altre persone, avevi un letto e, incluse nel prezzo, le domande delle curiose vicine di stanza, soprattutto signore di mezz’età: “tu sposata con tunisino”? “quando sposare con tunisino?”, “perché andata in Tunisia”? come se per loro l’unica spiegazione plausibile di vedere una straniera tornare da Tunisi, fosse per una questione sentimentale.
Partiva due volte a settimana la nave da Tunisi. Univa la Tunisia alla Sicilia. Solo 363,1 km anche se le ore erano tante.
Un lungo viaggio per un luogo così vicino. Ti ricordava come a volte cose a portata di mano possano sembraci irraggiungibili.
Eppure era lì Tunisi, nei giorni soleggiati potevi anche avvistarla da Pantelleria. In alcune strade solitarie della Sicilia, lungo la costa, poteva capitare a tratti che la radio cambiasse stazione da sola e improvvisamente potevi ascoltare il Corano o una canzone di Cheb Akil.
Così vicina per noi, così lontani noi per i suoi abitanti. Noi, simbolo per loro della libertà: la porta d’Europa. Si nascondevano nei container alcuni abitanti di Tunisi. Dieci lunghe ore dentro un container con la speranza di entrare in Europa. Molti di loro tornavano indietro in manette e con un sogno spezzato.
Sognavano cosa poi? Cos’era questa Europa? Valeva la pena per questa Europa dormire a terra, vivere di stenti, viaggiare come “mischini”, vivere come “mischini”, fare carte false o cose illecite?
Evidentemente si. Il sogno europeo era nella mente di ciascun abitante. Sposare una donna europea forse, prendere i documenti ed essere liberi. Ma liberi da cosa? Molti cambiavano luogo e non mentalità. Molti lasciavano la capitale per vivere in un posto sperduto della Sicilia coltivando pomodori, ma l’importante era essere in Europa, questo significava che agli occhi dei propri conterranei ci eri riuscito e te ne eri andato. Mai tornare indietro, era da codardi. Avresti fatto di tutto pur di non tornare indietro. Orgoglio culturale.
Si stava così male in fondo dall’altro lato del Mediterraneo?
No, ma i suoi abitanti erano vittime dell’“ingiustizia geografica”, una costrizione che veniva dall’essere nato in un posto che ti dava meno chance rispetto ad altri esseri umani nati non troppo lontano da te.
La presi per un anno la nave da Tunisi, dalla mia bella Tunisi con i suoi colori, i suoi amati taxi gialli e i suoi paradossi ovunque. Mi riempì l’animo la mia bella Tunisi e lì lasciai una parte di me.
Un giorno poi, dovetti cambiare destinazione ma la parte di me che vi lasciai è ancora lì e passeggia tuttora per le strade del Suq.

Autore: Elena Taranto

Dipinto: Claudia Clemente