Matteo era un bambino arrabbiato. I suoi genitori litigavano sempre e urlavano davanti a lui, rinfacciandosi responsabilità che nessuno dei due voleva assumersi. Parlavano di divorzio, di alimenti e della gestione del figlio.
Quando era a casa, si chiudeva in camera cercando di distrarsi. A scuola era spesso nervoso. Picchiava i compagni e frequentava ragazzi ribelli piuttosto che studiare.
Aveva un giovane maestro che osservava sempre con curiosità. C’era qualcosa di diverso in lui: non era come gli altri. Riusciva a essere severo, ma allo stesso tempo era dalla loro parte.
Fu quel giorno, dopo l’ennesimo litigio dei suoi genitori, che Matteo decise di farsi coinvolgere in qualche bravata. Ma prima di andare via con quei ragazzi, sentì una voce alle sue spalle:
“Matteo, oggi vieni con me!”
Si girò e lo vide. Era lui! Mise la mano sulla sua spalla e lo attirò a sé per allontanarlo da quei ragazzi.
Seduti all’ombra di un albero, il maestro chiese:
“Come stai?”
Silenzio.
“Ti piace stare con quei ragazzi?”
“N-no…”
“E allora perché li frequenti?”
“Perché abbiamo qualcosa in comune…”
Lo guardò dritto negli occhi, e per un attimo ebbe la sensazione che quell’uomo riuscisse a leggergli dentro.
“So che sei arrabbiato. Tua mamma mi ha parlato di te. Mi ha detto che a casa sei spesso assente, distratto, nervoso. So che non è colpa tua. È per questo che sono qui.
Prima ti sentivi sicuro, ora ti senti sprofondare continuamente. Vorresti che i tuoi genitori smettessero di litigare, vorresti vederli sereni, felici… insieme. E dai la colpa a te stesso per i loro fallimenti.”
“Si faccia gli affari suoi!” gridò Matteo. “Lei non sa niente! Non capisce niente!”
Il maestro lo abbracciò.
“So cos’è quella rabbia. Sono qui per dirti che non sei solo. Quello che vivi ti sta segnando, ferendo, ma tu non sei il tuo dolore. Non è colpa tua. Tu sei sempre un bambino speciale.”
“Non è vero! È sempre colpa mia! Papà me lo dice sempre! Io sono un buono a nulla, non riuscirò mai a fare niente!” disse tra le lacrime.
“A volte, chi ti dice certe cose vuole solo attaccarti addosso il proprio fallimento. Tu invece puoi scegliere. Per alcuni io ero solo un fallito, uno che non avrebbe mai fatto nulla nella vita. Eppure ora sono il tuo maestro. Allora dimmi, Matteo, chi è il vincitore?”
“Q-quello che non si è arreso?”
“Quello che ha continuato a credere!”
Matteo scoppiò in un pianto liberatorio.
“Un giorno sarai capace di guardare dentro quel dolore e trovarci una forza nascosta. E ricorda: tu puoi essere chi vuoi, devi solo crederci.”
“Piangi come una femminuccia!” dissero da lontano i ragazzi che frequentava.
Matteo tentò in fretta di asciugarsi le lacrime per la vergogna.
Allora il maestro si alzò e gli fece cenno di avvicinarsi. E lui era lì, con quel sorriso colmo di tenerezza. Si voltò verso Matteo, gli fece l’occhiolino e, quando quei ragazzi furono abbastanza vicini, pronunciò la frase che per lui segnò l’inizio della sua liberazione:
“Come state?”
Autore: Giuseppe Boncoraglio
Dipinto: Claudia Clemente
