DEL FREDDO CHE ENTRA DENTRO

Autore: Salvo Garipoli
Del freddo che entra dentro

La verità è che “cu nasci tunnu nun po’ moriri quatratu”, che non scegliamo il posto in cui venire al mondo, che abbiamo una sola esistenza e che le parole sono leggere quando abitano la bocca degli amanti e pericolose quando sono presenti in quelle dei cretini.
È a questi pensieri che Giovanna si affida mentre percorre rapida il viale che la porta in chiesa. Oggi è domenica, il giorno del Signore. All’entrata del duomo di Comiso, con la zia Vannina al fianco, nessun saluto, solo facce dure come le pietre scolpite dal vento e occhi che hanno ereditato immutabili orizzonti.
È estate. Fuori dal Paese, passo dopo passo su strade prive d’asfalto, la polvere sale e si appiccica insolente. La calura produce l’incantesimo del miraggio, trasformando il panorama in tremolanti oggetti esposti al vento sicano. A cornice, le fronde secche del mandorlo insieme a quelle sempre verdi del carrubo popolano terre brulle segnate da sassi bianchi su cui è incisa la storia della Terra.
Giovanna e la zia prendono posto su una delle panche a sinistra nella nevata centrale. La cattedrale è un piccolo capolavoro rococò costruito trecento anni prima e poggiato come per caso di fianco alla piazza orlata di ficus secolari, ordinati ma da potare. Il buio della chiesa è ravvivato sull’altare dalle fiammelle tremule delle candele accese. All’interno della chiesa, il freddo umido delle pareti entra dritto nelle ossa e penetra i pensieri dei venerabili in assise.
Le immagini di Cristo e della Madonna, splendenti esempi di umana bellezza, stridono al cospetto dei volti emaciati e strambi dei contadini vestiti a festa e dei veli neri che coprono il capo delle donne in preghiera. Qui dentro, l’odore di incenso si mischia a quello del sudore lavorato e al rancido del sugo impresso sui vestiti dei numerosi astanti. Il prete sull’altare, in talare verde e oro, ripete a pappagallo versi di una lingua, dotta e dimenticata, a cui tutti fanno seguito, impastando vocali e consonanti in un profluvio di neologismi che si elevano oltre il soffitto.
Nella navata laterale di destra un candeliere acceso a pagamento vomita fumo e compassione, carico di calore e di cera bianca sciolta. Nel vederla scendere lentamente Giovanna pensa a come sia breve e fugace l’esistenza e ha l’impeto di alzarsi per uscire, ma il braccio di Vannina, sua zia, seduta accanto, la ancora alla panca. Non è ancora tempo di andare, Giovanna ubbidisce, abbassa la testa mordendosi il labbro rabbiosa. Si rassegna e dondolando prega al ritmo di una nenia che sa di sfregio e poema mentre attorno è solo vuota devozione.
«Zia Vannina, aiu cauru»
«Cummogghiti Giuanna, e ricordati ca quannu zappi e quannu puti nun c’è cumpare né niputi»
Intende Giovanna e resta in ginocchio per tutta la messa. Placa i suoi pensieri, impaziente, nell’attesa dell’ite missa est. Rimane immobile con le mani giunte mentre la candela sull’altare a destra si spegne, consumata dal fuoco alimentato dalla corrente leggera del portone centrale. Arriva il momento: il prete annuncia la fine della celebrazione, augura la buona domenica ai presenti e paonazzo si dirige verso la sagrestia.
Un taglio di luce naturale in fondo alla chiesa incede squarciando il buio liturgico. Fuori, il sole ferisce lo sguardo e rinfranca le vene. È tempo per tutti di ritornare a casa per il pranzo della festa. Scendendo i gradini della chiesa, investita dalla luce del mezzodì, Giovanna nota prima solo ombre e poi due occhi celesti incrociare i suoi e poi abbassarsi: sono quelli di un giovane piuttosto alto. La sfiorano senza colpirla. È per questo, e un po’ per civetteria, che si volta di scatto, guarda dritto e prosegue indifferente in direzione altrove.
Quegli occhi appartengono a Vincenzo.
È baldanzoso oggi e non fa caso al fastidio che sente al piede sinistro: la scarpa, pensa, è troppo grande e con troppo poco cotone dentro. Indossa la cravatta nera della comunione e il vestito delle feste allungato ad arte da sua madre, la mammana del paese. Ha una Nazionale senza filtro nella mano destra e il sole in fronte che sa di casa in questa giornata di pace.
Da un po’ di tempo ha un pensiero fisso che gli gira in testa e tanta voglia di incontrare un passo complice a cui affidare il suo cammino. Non che gli manchino proposte ma il cuore non batte e a quella sensazione non vuole proprio rinunciare. Scalcia il bordo del marciapiede per aggiustare la scarpa. Sarà lo schiocco o l’emozione, d’improvviso un sobbalzo al cuore. Stringe il pugno, sguardo dritto. Sente d’improvviso un rimestare: è lei! sussurra.
Lei non lo sa ancora, ma quel giovane aitante, un giorno, diventerà suo marito; insieme cresceranno quattro figli. Ma questa è un’altra storia.

Autore: Salvo Garipoli

Dipinto: Adriana Iacono