13 Novembre 1967
Lunedì mattina, presto
Il cielo è cupo. Lo vedo dal mio letto al di fuori della fnestra, stanotte ho vomitato ed ho avuto mal di stomaco, forse ho un po’ di febbre.
- Lina noi andiamo – Mia madre si siede sul bordo del letto e mi tocca la fronte
- Non mi sembra che scotti ma se non ti senti bene è meglio che oggi non vai a scuola
- – Mamma posso rimanere a casa con Lina? Mi secca andare a scuola. –
Mio fratello Luca entra nella mia stanza e come al solito cerca di saltare le lezioni, ogni scusa è buona. Anche mio padre entra nella stanza e lo prende in braccio. – Oggi non puoi, la maestra vi vuole tutti in classe per le prove della recita. – – Uffa, non è giusto però. – Sta quasi per piangere ma si calma subito alla vista
della caramella che mio padre prontamente gli mette davanti agli occhi. Mia madre mi sistema il lenzuolo – Bene, allora noi andiamo, non c’è molto da fare, se più tardi ti senti meglio fai un giro per controllare che sia tutto a posto. Poi verso mezzogiorno metti la pentola sul fuoco, così appena arriviamo caliamo giù la pasta. –
Mi da un bacio sulla fronte e si alza per raggiungere mio padre e mio fratello che nel frattempo si erano già avviati. Sono le sette e mezza, tiro le coperte e sprofondo in un caldo sonno.
Un rumore sordo mi sveglia, è un tuono che preannuncia l’arrivo della pioggia.
Guardo la sveglia sul comodino, sono le nove e mezza, meglio di niente, un paio d’ore ho dormito. Mi preparo alla svelta, mi lavo, mi vesto e dopo aver bevuto un po’ di tè vado ad affacciarmi sul baglio. Questo posto mi affascina, con le sue basole in pietra bianca, le case rurali e le stalle con i portoni in legno massiccio. Oggi poi, con l’arrivo del temporale e la totale assenza di altri esseri viventi, ha un aspetto surreale, quasi bello. Tiro su la cerniera della vecchia giacca a vento e mi avvio a passo lento verso la stalla. Le mucche sembrano tranquille, del resto, per loro, la vita non riserva motivi di ansia. Mi fermo accanto alla mia preferita, Bianca, e la accarezzo dolcemente. Vorrei restare li ancora un po’ ma un fulmine seguito da un tuono piuttosto forte mi fanno cambiare idea. Esco dalla stalla, devo correre perché la pioggia si è subito fatta molto intensa, a tal punto che le gocce, rimbalzando sulle basole, formano quasi delle sfere. Certo, è uno spettacolo interessante ma è meglio ripararsi in casa. Faccio appena in tempo a chiudermi la porta alle spalle, che si scatena il finimondo. Una vera e propria bomba d’acqua si sta riversando sul mio piccolo mondo. Rimango dietro i vetri a guardare lo spettacolo. Certo che si è fatto proprio buio. Sono così presa dalla danza della pioggia che quasi non mi accorgo del vecchio camion che sta entrando nel baglio. Si muove lentamente con i fari accesi ed i tergicristalli che arrancano ansiosi. Solo ora mi rendo conto di essere sola nella masseria. Istintivamente faccio mezzo passo
indietro, forse dovrei chiudere anche la porta di legno che blocca meglio l’ingresso, quella che la notte teniamo ben serrata. Che non si sa mai. Forse si. Ma la curiosità mi spinge a guardare ancora, mi riavvicino ai vetri e cercando di non farmi vedere sbircio fuori. Il camion si è fermato a pochi metri della mia porta. Le luci spente ma i tergicristalli ancora in funzione. Cerco di capire chi è alla guida, magari è uno dei vicini che porta della roba, ma papà non mi ha detto nulla in proposito. Non sono sicura, ma mi pare di vedere che sul camion
ci sono più persone, accanto al guidatore ce ne sono almeno altre due, forse tre. Spengono il motore, si fermano i tergicristalli e lo sportello del passeggero si apre, poi, si apre anche l’altro. Scendono, sono in quattro, stanno tenendo le loro giacche sopra la testa per ripararsi dalla pioggia. Si dirigono velocemente dalla mia parte, credo si siano portati contro il muro per stare un po’ riparati perché sono spariti dalla mia vista. Mi preoccupo, ma penso che in fondo sono solo dei lavoratori che stanno cercando riparo dalla pioggia, perché dovrei spaventarmi? Schiaccio il naso contro il vetro per cercare di vedere meglio e… – Ciao bella bimba, ci fai entrare? – Una faccia orribile, sporca, piena di protuberanze con dei denti gialli e disallineati si materializza sul vetro come un rifesso spaventoso della mia. Lancio un urlo e mi sposto indietro con un balzo.
Lui apre la porta e dice agli altri tre “entriamo”.
13 Novembre 1967
Lunedì mattino, ore 10
Dovevano fare in fretta. Gli ordini del Principale erano stati chiari. Andare alla masseria, caricare tutte le bestie e poi dare fuoco alla stalla. Un avvertimento chiaro per la famiglia Dipasquale. Quella mattina non ci sarebbe stato nessuno in giro. I fgli a scuola e loro due, il massaro e la moglie, in città per parlare con l’avvocato del problema dei terreni al confne con quelli del Principale. Non si volevano rassegnare, i Dipasquale,
e puntavano i piedi chiedendo conto e ragione sulla proprietà e sul diritto di coltivazione dei terreni. Ma forse, dopo la loro visita, avrebbero capito. Sicuramente avrebbero capito. Erano entrati nel baglio lentamente cercando di capire se realmente non ci fosse nessuno. Ovviamente, l’ipotesi dell’incendio era stata scartata, vista la pioggia torrenziale. Pazienza, il furto delle bestie ed un po’ di cose rotte in giro, sarebbero bastati a farli rifettere. Stavano per scendere dal camion quando Salvatore, l’autista, notò un movimento dietro il vetro di una porta. – Ragazzi, occhio che ci sta qualcuno, i vecchi sono sicuramente al paese, me lo ha detto il Principale prima di partire, ma ci potrebbe essere uno dei fgli. – Una volta scesi si addossarono al muro della casa, tenendo le giacche sulla testa per ripararsi. Salvatore fa cenno agli altri di rimanere fermi e strisciando con la schiena sul muro si avvicina alla porta a vetri, poi, con un movimento repentino va ad appoggiare il viso sul vetro proprio in faccia a Lina. – Ciao bella bimba, ci fai entrare? – Lei lancia un urlo e si sposta indietro. – Entriamo – dice Salvatore agli altri tre. Aprirono la porta che non era nemmeno chiusa a chiave. Entrarono e si scrollarono l’acqua di dosso. Lina era rimasta immobile con le braccia strette al petto.
Cosa spinge alcune persone a comportamenti animaleschi di gruppo non è ancora ben chiaro, fatto sta, che loro quattro in quella stanza, davanti ad una ragazzina impaurita con alle spalle un temporale fortissimo, sentirono, all’unisono, il bisogno di fare del male. Una spinta forte che li portò ad abusare di Lina senza nessuna pietà, a lungo. Ore che per lei non esistettero mai. Inizialmente gridò e cercò di ribellarsi a morsi e graffi, ma subito fu sopraffatta, tre la tenevano ferma ed uno la violentava, a turno. Lina trascorse quel tempo con gli occhi chiusi e la mente altrove. Tutto avvenne con un certo ordine, niente vestiti strappati, niente mobili spostati, nessun soprammobile a terra. Per quasi due ore, si sentirono solo i mugolii animaleschi di loro quattro e il rumore del temporale che non accennava a smettere. La vecchia stufa a legna assistette silenziosa a quello spettacolo di violenza. Era spenta, di solito veniva accesa nel pomeriggio per affrontare meglio le ore più fredde. Nessun crepitio, quindi. Guardando dal fondo della stanza, dove c’era la porta del bagno, si vedeva in controluce una sorta di scena mistica, sembrava un dipinto del Caravaggio. Cupo, inquietante, con quelle fgure maestose chine sulla povera bambina. Una scena quasi in bianco e nero, dove l’unico accenno di colore veniva dalla gonna rossa di Lina. Quando si sentirono soddisfatti, smisero. Si guardarono con un accenno di vergogna, guardarono lei appoggiata al tavolo della cucina con la gonna rovesciata sulle spalle. Il rimorso e la vergogna li portarono a prendere una bacinella con dell’acqua per pulirla alla meglio. Lavarono via le tracce di sangue dalle gambe e dal grembo. Pensarono, forse, che pulendo avrebbero cancellato anche le macchie, dense e scure, che si stavano formando sulle loro coscienze. Pulirono pure il pavimento, quel pavimento in pietra pece che era l’orgoglio e l’affanno della mamma di Lina. Quel pavimento, che quasi respirava insieme alla famiglia, ogni giorno. Salvatore prese le mutandine da terra e la rivesti. Lei non opponeva nessuna resistenza. Si lasciò trasportare sulla vecchia poltrona vicino alla stufa. Aveva gli occhi aperti, respirava, ma sembrava una bambola di pezza. Nessuna reazione. Nel frattempo, il temporale era passato. Decisero di uscire in fretta ed
andare via da li. Non ci sarebbe stato nessun furto e nessun danno quel giorno a casa Dipasquale.
Autore: Enzo Tidona
Dipinto: Mario Occhipinti
