il soffio dell’angelo ferito

La prima volta che Paulo Abel entrò nel mio ufficio a Firenze sembrava uno dei tanti stranieri che bussavano alla porta del Centro Internazionale Giorgio La Pira.
Vestiti consumati. Una piccola borsa. Lo sguardo di chi aveva camminato a lungo senza sapere dove avrebbe dormito la notte successiva.
Chiese un letto. Nient’altro.

Nessuno di noi poteva immaginare che quell’uomo silenzioso custodisse una delle voci più straordinarie del mondo.

Veniva dal Brasile, da un quartiere poverissimo di Fortaleza. Quindici fratelli. Fame, sacrifici. Giorni in cui il futuro era un lusso riservato agli altri. Un’infanzia vissuta a rubare frammenti di musica dalle finestre di una scuola di canto che non poteva permettersi.

Eppure, la natura gli aveva affidato un dono misterioso e crudele: un trauma infantile gli aveva negato la metamorfosi dell’adolescenza, lasciandogli in dote un’estensione vocale da soprano puro.

Quando trovammo un posto per lui, sorrise come chi riceve molto più di un alloggio.
Riceveva una possibilità di esistere.

Cominciò a frequentare il Centro. Restava a parlare per ore. Era un fiume in piena.
Raccontava la madre, che amava profondamente, i fratelli, la miseria della sua infanzia, la paura profonda di essere rifiutato dal mondo e quel professore che aveva intuito il suo talento aprendogli la strada verso l’Europa.
Rideva.
Poi piangeva.
Poi rideva ancora.

Sembrava che tutta la sua vita fosse sempre in bilico tra il dolore e la meraviglia.

Una sera restammo seduti ai tavolini del Caffè Paszkowski, in Piazza della Repubblica.
Le luci di Firenze si riflettevano sulle vetrine.

A un certo punto Paulo ci guardò e disse:
“Volete sapere davvero chi sono?”

Poi chiuse gli occhi.
E cantò.

Non dimenticherò mai quel momento.

La sua voce argentea si alzò nella piazza con una purezza quasi irreale. Gli acuti salivano sempre più in alto, come se non appartenessero al mondo degli uomini… Le vetrine cominciarono a vibrare. Vibrarono i vetri, vibrò l’aria, vibrò perfino il silenzio.

Le persone si fermarono, come richiamate da qualcosa che non sapevano nominare. Cercavano con lo sguardo la sorgente di quel suono che sembrava attraversare i secoli. Era la voce dell’angelo ferito.
Per qualche istante Firenze rimase sospesa.

Pensavo di assistere a un prodigio.

Da quella sera il mondo sembrò accorgersi di lui e il destino cominciò a correre più veloce.
Arrivarono i teatri.
Arrivò la Francia.
Arrivarono le sale da concerto.

I critici iniziarono a chiamarlo il “nuovo Farinelli”. Il ragazzo di Fortaleza stava conquistando l’Europa con una voce che sembrava sfidare la natura stessa. Arrivò persino il cinema. Fu scelto per una delle scene più suggestive di Le relazioni pericolose.

Ogni tanto tornava a Firenze.
Passava dal Centro La Pira come si torna a casa.

Ma… un giorno arrivò diverso.
Elegante.
Con un abito impeccabile.
Il volto sereno.
La luce negli occhi di chi sente che la vita ha cominciato a restituirgli ciò che gli appartiene.

Salutò tutti. Ci abbracciò uno per uno. Senza fretta. Come chi sa che ogni gesto ha un peso preciso.

Poi appoggiò sul tavolo una busta dorata.

Era una donazione per i nostri studenti del Centro, quelli che attraversavano momenti difficili.
Rimanemmo in silenzio. Nessuno trovò le parole.

Prima di andare via, Paulo ci lasciò un piccolo biglietto. Lo conservammo come si conserva una fotografia cara e io ne trascrissi le parole sul mio diario, perché temevo che il tempo potesse scolorirle.
Non accadde.

Ancora oggi quelle righe brillano nella memoria con la stessa luce di allora.
Erano parole semplici, ma avevano il peso delle esperienze vissute e la leggerezza della gratitudine.

Dicevano:
“Quando arrivai qui non avevo nulla. La mia voce era il soffio di un angelo ferito. Oggi ho scoperto che la gratitudine pesa meno dell’oro e vale infinitamente di più. Se la mia voce ha trovato una strada nel mondo, è perché qualcuno, un giorno, ha creduto nell’uomo prima ancora che nel cantante.”

In quella frase c’era tutta la sua anima. Fu il suo testamento di luce.

Poi ripartì per Parigi.
La sua stella continuava a salire.
Sembrava l’inizio della vera gloria.
Invece era l’inizio della fine.

L’AIDS arrivò come una sentenza in un tempo in cui quella parola bastava da sola a spegnere ogni futuro. Paulo vide il mondo che aveva inseguito per tutta la vita cominciare a dissolversi davanti ai suoi occhi.
Non ci fu rumore. Non ci fu scena. Solo un lento spegnersi.

Morì lontano dal Brasile che non aveva mai smesso di amare.

Accanto a lui, negli ultimi giorni, rimase soltanto l’amica del cuore.
Aveva trentacinque anni.
Trentacinque.
Solo trentacinque.

L’età in cui molti iniziano appena a vivere.

La cosa che più mi ferisce non è la sua morte.
È ciò che accadde dopo.

Per anni aveva inviato denaro alla famiglia, aveva condiviso tutto ciò che aveva potuto. Ma il successo non bastò a cancellare il pregiudizio.

Il bambino partito da Fortaleza con in tasca solo un sogno per conquistare il mondo non trovò la pace che meritava nemmeno dopo la morte.

Le sue ceneri furono abbandonate in un luogo povero e dimenticato, quasi che il mondo volesse liberarsi troppo in fretta di una storia che non aveva saputo comprendere.

Ma la sua voce, quel soffio di angelo ferito che aveva attraversato i teatri d’Europa, era ormai troppo grande per essere sepolta insieme al pregiudizio.

Eppure io non riesco a ricordarlo così.

Quando penso a Paulo Abel non vedo la malattia.
Non vedo l’abbandono.
Non vedo la solitudine.

Vedo un uomo seduto in Piazza della Repubblica che chiude gli occhi e lascia salire una nota che fece vibrare il cielo.

In quella nota c’è tutto: il bambino di Fortaleza, il giovane che sognava l’Europa, l’artista applaudito nei teatri, l’uomo fragile e immenso.

La vita gli ha negato molto.

Ma non è riuscita a portargli via l’unica cosa che gli apparteneva davvero:
il canto che continua a vivere nel cuore di chi l’ha ascoltato. E io lo ascoltai!

Autore: Giuseppe Nuccio Iacono

Dipinto: Simone Favero