LAICA PREGHIERA

Quando tolsi il velo bianco lo piegai accuratamente: lo riposi sul letto accanto all’abito monastico che avevo indossato per quasi sette anni. La mia cella era semibuia. La luce filtrava attraverso le fessure della finestra, così come la vita dalle crepe della mia esistenza. Ero una giovane carmelitana scalza che deponeva i suoi abiti monastici e tornava nel mondo. Capelli corti, occhi senza più lacrime, cuore frantumato: eppure qualcosa, Qualcuno, stava reggendo mirabilmente me – in me stessa. «Deborah, lei è una giovane di 28 anni. Il quadro del dolore cronico e diffuso che vive da alcuni anni non ci sembra compatibile con la vita claustrale. Ha bisogno di cure a lungo termine, di riposo, di una vita sostenibile. Lasci il monastero, per il suo bene». Così, nel 2016, asserirono i medici. Chiamarono “fibromialgia” la condizione che, in pochissimo, mi portò a non riuscire a dormire, a lavorare, a stare in piedi per più di quindici minuti. Compresi solo anni dopo che la mia era una Neuropatia periferica (NPF). Un giovane corpo invisibilmente tumefatto, un “corpo di vetro” trapassato da frecce immateriali. Un corpo che non mi reggeva più né lo spirito né il cuore: aveva solo bisogno di un abbraccio per reggersi in piedi in questo mondo; di un bacio, di una voce che sussurrasse: “C’è ancora vita per te, c’è ancora vita anche attraverso questo dolore sordo e lancinante”. Non riuscivo a pronunciare la parola “malattia”. Avevo 28 anni, ed una vita che stava per essere stravolta radicalmente: eppure. Eppure, sentivo che una notte lunghissima e feconda si sarebbe aperta davanti a me: che un amore misterioso mi avrebbe condotta attraverso strade impensabili, dentro capriole di esistenza e lacrime nuove, speranze eterne. Attraversai il varco della clausura in un mattino di settembre: alcune tra loro piangevano lacrime di profondo bene. “Siete impresse nel mio cuore. Così resterete”, promisi. E caddi nel mondo come la rugiada notturna: con l’estremo abbandono di chi, sostenuto da forze non proprie, forze benigne, accoglie morte e vita insieme. Ricaddi nel mondo come rugiada notturna, senza più resistenza alcuna: piena di resa. E ripresi a camminare, zoppicante – attraversata dal dolore – in questo mondo che avevo apparentemente lasciato sette anni prima; un mondo che – tra le grate della clausura – avevo misteriosamente abbracciato più profondamente di prima. E mi accorsi di cogliere Dio negli occhi degli uomini. Compresi che la terra è un ostensorio vivente, che si può smisuratamente amare Dio e l’uomo e l’uomo in Dio, in ogni forma di vita. Sono diventata laica preghiera. E quando le crisi di dolore fisico, nella notte, sono state in questi anni insostenibili, ho imparato a pregare con una parola sola: “Abbà”. E la sofferenza è divenuta incenso, intercessione cruda e scavante: quante volte avrei dato pugni nel muro per il male provato nel corpo, eppure mi sentivo infinitamente amata. Sono divenuta laica preghiera, rugiada caduta nella notte.

Autore: Deborah Sutera

Dipinto: Milena Nicosia