UNA LINGUA SCONOSCIUTA

Ci sono ricordi che non hanno bisogno di fotografie. Restano impressi in un luogo della memoria dove il tempo non passa, i colori non sbiadiscono e le emozioni continuano a respirare esattamente come quel giorno.
Se chiudo gli occhi, rivedo Gabriele a tre anni.
Il suo testone grande ricoperto da una cascata di riccioli così fitti e morbidi da sembrare quelli di un angelo uscito da un dipinto rinascimentale. Quei ricci avevano un modo tutto loro di incorniciare il suo viso, come se la luce si fermasse lì prima di sfiorarlo.
Abbiamo trascorso insieme un mese intero in ospedale. Io e lui soli mentre solo non l’ho LLasciato mai
Le giornate trascorrevaNo tra gli odori pungenti dei disinfettanti, il rumore dei carrelli che percorrevano il corridoio, le porte che si aprivano piano, i passi dei medici, le notti lunghissime in cui lavoravo accanto al suo letto finché il sonno mi vinceva, ma solo per pochi minuti.
Eravamo soltanto io e lui, nessuno poteva venirci a trovare.
In quei giorni ho scoperto che una madre può vivere di pochissimo: di un sorriso rubato dopo una visita, di un esame andato bene, di una manina che cerca la tua durante la notte per assicurarsi che tu sia ancora lì.
Lui non piangeva quasi mai.
Aveva quella capacità tutta infantile di adattarsi a ciò che non avrebbe mai dovuto conoscere. Guardava il mondo con curiosità anche da una stanza d’ospedale, come se riuscisse a trovare qualcosa di bello perfino tra quelle pareti bianche.
Io, invece, avevo imparato a sorridere anche quando dentro sentivo crollare tutto.
Forse le mamme è proprio questo che fanno: Nascondono la paura dietro una carezza.
Trasformano le lacrime in favole. Inventano serenità quando dentro combattono la guerra più difficile della loro vita.
Finalmente arrivò il giorno delle dimissioni.
Ricordo ancora l’aria di quel mattino. Mi sembrava diversa. Più leggera. Come se anche il cielo sapesse che stavamo tornando a casa.
Lui però non poteva ancora camminare.
Si spostava sempre in braccio a me e il suo era un peso che avrei potuto portarlo per tutta la vita senza mai stancarmi.
Quando arrivammo a casa trovammo tutti ad aspettarlo.
La famiglia era riunita.
C’erano sorrisi, emozione, qualche lacrima trattenuta male, l’impazienza di riabbracciarlo, la felicità di poter finalmente dire: “È finita.”
Per tutti quello era il ritorno. Per me era la fine del mese più lungo della mia vita.
Lo tenevo stretto mentre tutti gli parlavano, lo accarezzavano, gli sorridevano. Lui osservava ogni cosa con i suoi occhi enormi.
Poi, quasi infastidito da tutta quella confusione, cercò il mio collo.
Affondò lentamente la sua testona piena di ricci nella curva della mia spalla, proprio dove aveva trovato rifugio infinite volte durante quel mese.
Rimase lì.
Sentii il suo respiro diventare calmo. Il suo corpo rilassarsi.
Per qualche secondo il mondo smise di esistere.
Non c’erano più parenti, ne’ palloncini, né ospedali. Eravamo di nuovo soltanto noi due.
Poi, con quella vocina dolce che solo i bambini sanno avere, così semplice da riuscire a guarire anche le ferite degli adulti, mi sussurrò all’orecchio: «Mamma… mi fai la plutta?»
Ci sono parole che appartengono a una lingua sconosciuta.
La parlano le madri.
La parlano i figli.

Autore: Debhorah Di Rosa

Dipinto: Matteo Garzia