È lì che sono nata.
In un piccolo condominio, posizionato su uno sperone roccioso che sovrasta tutto e tutti. Di fronte, un parco ricco di alberi e piante di ogni specie, luogo di ritrovo e di passaggio. La sua presenza scandiva le stagioni, grazie ai profumi che si liberavano nell’aria e ai colori che lo caratterizzavano.
Nel tardo autunno e in inverno, l’odore del muschio, delle foglie accarezzate dall’umidità e dalla pioggia, degli aghi dei vari cipressi. In primavera e in estate, il profumo delle tante rose, dei gelsomini, delle gardenie, che si mescolavano creandomi emozioni che ora sono solo ricordi.
Dall’appartamento, lo sguardo veniva ulteriormente rapito dallo spettacolo dei monti Climiti, che, imponenti, donano ed assicurano protezione al paese. La sera, i monti si animavano per le luci delle macchine che ne percorrevano la strada, e in estate, per i frequenti incendi, che sembravano ferite dalle quali il sangue fuoriusciva violento, furioso e incontrollato, senza un vero perché.
Come sottofondo, i rumori e i suoni del parco, dove la vita scorreva tra la leggerezza e le inquietudini della giovinezza.
Vicino, in un altro appartamento, abitavano i miei nonni materni, con i quali sono cresciuta perché amavo stare con loro.
È proprio in quell’appartamento che ho lasciato il mio cuore, i miei pensieri, il mio essere. Adoravo quella casa: la sua luce, la sua aria, il suo odore e persino i suoi rumori, che per me erano musica e vita.
In estate, il garrire delle rondini con le loro coreografie in cielo; in inverno, il vento che, attraversando le chiome dei molteplici alberi del parco, creava sibili modulati, ora acuti, ora gravi e profondi.
Amavo i miei nonni materni, e la loro mancanza mi toglie il respiro. Erano innamorati come il primo giorno.
Mio nonno Pippino adorava mia nonna Mariuccia: una donna di eleganza, raffinatezza, intelligenza, bellezza, che le guerre avevano fatto crescere troppo in fretta.
Mentalmente emancipata, sapeva passare con naturalezza dalle faccende di casa alla conversazione su argomenti più o meno importanti. Stare con lei mi dava pace, serenità, e la certezza di essere amata incondizionatamente. Era mia complice in tutto, sostenuta da mio nonno che le diceva sempre: “Accùntenta a picciridda”.
Mi ha seguita in ogni fase della vita, io sua unica nipote, senza mai essere ingombrante, ma sempre discreta e presente — anche dopo che il nonno venne a mancare.
Mi è stata accanto nella crescita, negli studi, fino al matrimonio. Un matrimonio che non ha spezzato quel legame, anzi, lo ha reso ancora più forte.
Il mio più grande rammarico? Le mie figlie non hanno conosciuto la nonna Mariuccia, perché mi ha lasciato l’anno dopo il mio matrimonio… in via Giusti, n. 5.
Autore: Giusi Failla
Dipinto: Claudia Clemente
