Mi giro intorno.
Sono giorni di caldo infernale e guardo il mondo attorno a me come se, all’improvviso, non lo riconoscessi più.
Tutto di corsa.
Sembra che la frenesia del fare abbia preso il posto delle cose importanti. Quelle piccole, belle e semplici. Quelle che non fanno rumore e che, forse proprio per questo, rischiamo di non vedere.
Mi sento fuori posto.
È una sera di fine luglio. Intorno a me c’è rumore, gente, voci, cose da fare e cose da mostrare.
Io guardo.
E allora li vedo.
Due ragazzi, avranno sedici, forse diciassette anni. Camminano insieme e parlano. Si raccontano chissà cosa. Uno dei due ha le stampelle e procede lentamente.
Arrivano davanti a una rampa di scale.
Si guardano.
Ridono.
Una risata semplice, di quelle che non hanno bisogno di spiegazioni.
Poi accade qualcosa di piccolo.
Il ragazzo prende le stampelle dell’amico, le mette da parte, si abbassa e lo carica sulle spalle.
E salgono.
Ridendo.
Uno porta l’altro.
Io rimango lì a guardarli.
E mi vengono le lacrime agli occhi.
Non so nemmeno perché piango.
O forse sì.
Piango perché in quel gesto minuscolo, quasi irrilevante agli occhi del mondo, ritrovo qualcosa che credevo stessimo perdendo.
La bellezza.
La cura.
La leggerezza.
L’umanità.
Mi chiedo: non è forse bellezza questa?
Non è forse un grande senso di umanità?
E allora penso che forse ho sbagliato a sentirmi fuori posto.
Forse non sono fuori posto.
Forse sono semplicemente alla ricerca di un altro posto.
Un posto dove la vita non si misura in ciò che riusciamo a fare, possedere o mostrare, ma in ciò che riusciamo ancora a vedere.
Perché nonostante tutto…
esiste una prossimità spicciola che ha la capacità di spostare l’asse della vita.
Dai concetti esistenziali più elevati alle realtà piccole.
Ai fatti minuscoli.
A volte irrilevanti agli occhi del mondo.
Ma che trovi ad un passo da te.
In silenzio.
È questa prossimità che può diventare maestra.
A scuola di prossimità non ci sono lezioni da seguire.
Non ci sono libri da leggere.
Non ci sono esami da superare.
Ci sono persone.
Ci sono mani che sostengono.
Spalle che portano.
Risate che alleggeriscono il peso.
E ci sono occhi capaci ancora di fermarsi davanti a tutto questo.
Forse è questa la lezione che sto imparando.
Che la vita, qualche volta, non ha bisogno di grandi risposte.
Ha bisogno soltanto che ci accorgiamo di chi abbiamo accanto.
Di un passo più lento.
Di una difficoltà.
Di una mano da prendere.
Di qualcuno da portare, quando da solo non riesce a salire.
E allora sì.
Forse andrà tutto bene.
Non perché il mondo abbia smesso di essere difficile.
Ma perché, nonostante tutto, esiste ancora qualcuno disposto a caricarsi un amico sulle spalle e a salire con lui ridendo.
E io voglio continuare a commuovermi per questo.
Voglio continuare a frequentare questa scuola.
La scuola della prossimità.
Dove l’unica materia da imparare è l’umanità d’amare.
Autore: Gisella Guastella
Dipinto: Matteo Garzia
