L’ODORE DELLA NEBBIA

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, non è la primavera la stagione degli odori, ma l’estate. La primavera è la stagione dei profumi, ma gli odori sono un’altra cosa: gli odori sono estivi. L’odore della stoppia bruciata, l’odore del mare quando il sole “secca” l’acqua e lascia il salmastro sugli scogli; l’odore intenso e mistico di terra bagnata che un temporale estivo si lascia dietro.
Andando però indietro con la memoria, il mio primo e più intenso ricordo di odori, mi riporta in Calabria. E d’inverno. L’odore della nebbia! Era l’inverno del ’59: avevo cinque anni.
Mia madre, maestra elementare, aveva vinto il concorso a Catanzaro e il primo anno le fu assegnata Miglierina, un piccolissimo centro della provincia. Povertà da Terzo Mondo, dignità da vendere. Io ero sicuramente un privilegiato. I miei primi amici mi chiamavano “quello nuovo con le scarpe”.
Giocavo con bambini e bambine che non avevano le scarpe. In mezzo alla neve. Perché la nebbia? Perché l’odore della nebbia? Perché aveva un odore particolarissimo, tetro, mortale, e quando a volte mi capita di risentirlo, mi si accappona la pelle. In Calabria c’era l’usanza di ammazzare il maiale, e i freddi silenzi di quei giorni di neve venivano squarciati dalle urla dei maiali che soccombevano alla selvaggia e primitiva forza degli uomini. In un rito quasi tribale, sacrificavano l’animale per farne, nel giro di poche ore, specialità tipiche: salsiccia, gelatina, sanguinacci, soppressata, ’nduja.
L’odore del sangue, il vapore dell’acqua bollente nel calderone, gli umori della bestia squartata, si alzavano e restavano sospesi nella densità della nebbia. Avevo la sensazione di respirare la morte, mentre a Miglierina in quei giorni era festa: si mangiava carne al posto delle castagne. Ricordo la mia tracotante superbia. Odiavo quegli uomini allegri e sazi di carne. Non avrei mai condiviso neanche una briciola della loro crudeltà. Ci sono voluti degli anni prima che assaggiassi la carne e ancora oggi, se posso, la evito. Preferisco le castagne.
Un ricordo bellissimo è, invece, il pane di Calabria. L’odore del pane. Se qualcuno mi chiedesse di esprimere un desiderio, non avrei alcun dubbio. È un desiderio infantile, lo riconosco, e forse è bello proprio perché infantile. Il mio desiderio è che tutti i bambini del mondo abbiano la possibilità di assaggiare e odorare il pane di Calabria. Di quella Calabria. Quelle enormi ciambelle di pane, simili a ruote di carro, che stavano infilzate in un palo che usciva dalla parete di una bottega dove si vendeva di tutto. Poco ma tutto… e non per tutti.
Di fronte alla varietà di pane oggi in commercio, non posso non tornare indietro, in quella bottega di Miglierina e guardare dal basso dei miei cinque anni quelle ruote di pane, unica forma, unica varietà, unica qualità di pane. Allora non potevo arrivare a quel palo nel muro, oggi me ne ricordo come se quel palo custodisse il cibo degli dei.
È a forma di ruota il pane di Dio.

Autore: Filippo Bozzali

Dipinto: Matteo Garzia