{"id":1714,"date":"2023-07-15T11:26:11","date_gmt":"2023-07-15T09:26:11","guid":{"rendered":"https:\/\/raccontamidite.com\/?p=1714"},"modified":"2023-07-15T11:26:12","modified_gmt":"2023-07-15T09:26:12","slug":"un-nemico-sconosciuto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/raccontamidite.com\/index.php\/2023\/07\/15\/un-nemico-sconosciuto\/","title":{"rendered":"Un nemico sconosciuto"},"content":{"rendered":"\n<p>In questi giorni di solitudine, la lontananza da tutti m\u2019invita a ricordi cari, di quando fanciulla vissi un periodo simile a questo: un\u2019urgenza, mi costrinse a distaccarmi da tutti gli affetti e a raggiungere un luogo di soggiorno per motivi di salute.&nbsp; L\u2019affiorare di immagini e di episodi relativi a quei momenti, mi porta a mettere in luce e a risentire dentro di me affetti mai sepolti. Sono passati tanti anni da quel ricordo mai davvero dimenticato.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Una rimembranza, sbiadita come una foglia ingiallita, m\u2019invita a mettere a fuoco, a rinverdire, le immagini di una bimba, conosciuta tanti anni fa\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Tutto inizi\u00f2 una mattina di maggio degli anni 50, ero seduta sotto il porticato di una lunga veranda, preposto al relax, intenta a leggere un fotoromanzo, e la mia lettura fu interrotta dalla vocina di una bimba che rispondeva a una signora di umile aspetto. Mano nella mano in compagnia di una valigia di cartone pesante, la donna si affrett\u00f2 a suonare il campanello. A cancello aperto, le due figure avanzarono con passo incerto verso l\u2019accettazione della clinica. Strada facendo la bimba, triste, gir\u00f2 lo sguardo per fissarmi, e io la ricambiai con un sorriso.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Il mio ingresso in quella struttura accadde d\u2019urgenza. Era una casa di cura climatica situata in altura con aria salutare considerata ossigeno necessario per le persone malate, infettivi polmonari, che col tempo si riprendevano; grazie a una specifica cura c\u2019erano stati pochi decessi e tante guarigioni. Per questa ragione, fui costretta a lasciare mio marito e mia figlia per raggiungere quel luogo dove altra gente era nelle mie stesse condizioni. Uomini e donne di ogni et\u00e0 curati con la terapia della streptomicina.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Dal mio ingresso nella struttura al giorno in cui arriv\u00f2 la bambina, erano gi\u00e0 passati sei mesi durante i quali avevo dovuto mantenere le distanze dagli affetti e sofferto la solitudine. Tuttavia, quello stato d\u2019animo cominci\u00f2 pian piano ad alleggerirsi grazie alla presenza della piccola che mi invitava a osservarla. Lei se ne stava in disparte senza dare retta a nessuno, ma ugualmente mi suscitava tenerezza. Un pomeriggio presi il coraggio di avvicinarla: \u00abCiao, sono Lucia\u00bb, le chiesi. \u00abTu come ti chiami?\u00bb \u00abCamilla\u00bb rispose lei senza abbassare lo sguardo. Continuai: \u00abSei una bella piccina, bella come il tuo nome. Quanti anni hai?\u00bb&nbsp; Lei mostr\u00f2 la manina aperta esibendomi tutte le dita. Risposi: \u00abAnch\u2019io ho una figlia della tua stessa et\u00e0; lei \u00e8 a casa e sta bene.\u00bb&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Pi\u00f9 volte la invitai a fare amicizia con gli altri bambini ospiti, della casa di cura, ma senza risultato. I suoi occhi non finivano mai di cercarmi per chiedermi abbracci e coccole. Camilla con la sua presenza fu capace di farmi pensare meno a chi avevo lasciato, grazie alla sua energia mi tenne impegnata a sorvegliarla. Irrequieta, sfuggiva sempre da chi la chiamava. Le sue origini umili avevano marcato il suo carattere ribelle che si manifestava nel dire sempre <em>no<\/em> a tutti. Difficile dimenticare la prima volta che scapp\u00f2 dall\u2019infermeria per venire a nascondersi nel porticato sotto una sedia a sdraio nelle mie vicinanze, mentre con l\u2019indice sulla bocca m\u2019invitava a stare zitta; rifiutava di farsi fare l\u2019iniezione. La suora infermiera, dopo alcuni tentativi per ricondurla a lei chiamandola, si arrese e, facendomi segno con l\u2019occhiolino, mi fece capire che dovevo portare la bimba nel suo ambulatorio. Rimaste sole, dissi a Camilla sottovoce che per il suo bene non poteva rifiutarsi di fare la puntura, anche perch\u00e9 dopo ogni iniezione la suora le avrebbe regalato una stecca piccola di cioccolato Zaini al latte. La bambina, a sentir parlare di cioccolata, si acquiet\u00f2: \u00abVoglio portarla a casa!\u00bb esclam\u00f2 con aria di sicurezza. \u00abBenissimo! Questo significa che ne potrai conservare tante perch\u00e9 dopo ogni puntura avrai una cioccolata\u00bb le risposi.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Un cenno della testa per dirmi che accettava la puntura. Un consenso da parte sua, ma con la pretesa che io fossi l\u00ec presente, in sua compagnia, a ogni singola terapia.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Camilla aveva gli occhi bagnati di lacrime, e in quel momento la strinsi al cuore con infinito affetto. Una bimba testarda, orgogliosa, ma temeraria, che non aveva paura dell\u2019ignoto; correva e saliva sugli alberi con disinvoltura, per sfuggire al suo compagno di giochi, invisibile. A volte, senza successo, la invitavo a scendere da quel tronco dicendole che poteva essere pericoloso. Naturalmente, a parte questi episodi di ribellione, la nostra relazione era basata sulla complicit\u00e0 e sull\u2019attrazione reciproca: lei cercava in me sua madre, io in lei mia figlia. La lontananza da casa ci aveva unite per sopperire alla mancanza degli affetti lasciati fuori dalle nostre vite. Eravamo state strappate come una pianta dalle proprie radici, e senza ragionarci sopra Camilla e io costruimmo un nuovo legame, grazie all\u2019affetto che giorno dopo giorno ci guidava alla convivenza sociale sebbene limitata per ragioni di salute. La bambina, dopo due anni di internato, si stabil\u00ec in salute perfettamente con adattamento positivo al sociale; la sua determinazione richiamava l\u2019attenzione di altri bambini anch\u2019essi ospiti della struttura. Il suo passatempo preferito era comandare sul resto del gruppo con successo, assegnando a ogni bimbo dei compiti da svolgere, lei giocava per il gruppo e nel gruppo, e nessuno o quasi contestava quello che lei diceva. Durante i due anni di isolamento sanitario, nessuno venne a trovare Camilla; di tanto in tanto arrivava uno scritto incomprensibile che la salutava; la suora mi consegnava la lettera invitandomi a leggerla e magari a inventarmi baci e abbracci. La piccola era sempre attenta durante la mia lettura della posta a lei indirizzata, tuttavia, con il passare del tempo, la disattenzione e l\u2019indifferenza per le notizie provenienti dai suoi cari s\u2019impadron\u00ec di lei; di conseguenza per me fu difficile riuscire a \u201ccatturarla\u201d. Feci di tutto per farla stare bene e non farla sentire abbandonata, perch\u00e9 questo era quello che pensava: di essere stata abbandonata, Come Dio volle, un giorno la direzione ci comunic\u00f2 di aver avvisato le rispettive famiglie delle nostre dimissioni. Eravamo guarite e pronte a ritornare alle nostre case. Contente ci abbracciammo strette fino a sentire il nostro cuore pulsare all\u2019unisono.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Alcuni giorni prima della partenza la bambina si mostr\u00f2 nuovamente triste e spesso mi ripeteva: \u00abLucia, io non voglio lasciarti!\u00bb La tenerezza e il pianto in gola mi impedivano di risponderle subito; prendevo tempo e coraggio per rassicurarla che mai nessuno ci avrebbe divise e che lei sarebbe stata sempre la mia bambina. Una mattina arriv\u00f2 la sua mamma, in compagnia di un\u2019altra bimba di circa quattro anni, per portarsi via Camilla da quel posto, da quelle mura che l\u2019avevano sentita piangere e invocare sempre un nome: \u00abMamma!\u00bb. Dopo una mezz\u2019ora dal loro ingresso erano fuori, pronte a salutare per avviarsi all\u2019uscita; Camilla presentava a tutti i presenti la sua mamma e la sorellina Laura; all\u2019improvviso lasci\u00f2 la mano dei suoi cari per venirmi a cercare in veranda; La sentivo gridare il mio nome e piangere come una disperata ripetendo ad alta voce che non voleva lasciarmi, e con un ultimo slancio, saltandomi addosso, mi abbracci\u00f2 forte. La riportai, alla mamma che aveva seguito la scena commossa: \u00abGrazie per tutto\u00bb, mi disse.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Da quel giorno non ho pi\u00f9 rivisto la <em>mia<\/em> Camilla. Gli anni successivi sono stati pieni di eventi importanti per la mia famiglia che aument\u00f2 con l\u2019arrivo di un figlio maschio. Una volta cresciuti, i figli mi hanno resa nonna di quattro nipoti: l\u2019ultimo, con il nome di Samuele, \u00e8 un bellissimo bambino biondo.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; In questo periodo, tutti i ricordi affiorano per evidenziare una storia che si ripete; cambia il nome, ma \u00e8 sempre un\u2019epidemia. Fin dalle origini del mondo, antichissime malattie infettive come la lebbra e la peste nera dominarono la scena per secoli e secoli; nel Medioevo, i primi lazzaretti diedero asilo ai contagiati; la tisi risult\u00f2 vittoriosa per tanto tempo, per tanti secoli; anche il colera si affacci\u00f2 per affermarsi in tutte le sue sfumature\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>\u00a0\u00a0 Ora, abbiamo un virus sparso in tutto il mondo. Certo, fa paura a tutti, nessuno escluso. Mi fa pensare ad Attila re degli unni: al suo passaggio non cresceva neanche l\u2019erba! Un virus capace di farci rimanere in qualche modo sospesi, beffandosi della nostra paura, della nostra incredulit\u00e0 verso il nuovo visitatore scortese e restio nell\u2019andare via; perch\u00e9 lui si dichiara cittadino del mondo. Gli scienziati hanno affermato che la sua struttura ha un solo acido nucleico che possiede la capacit\u00e0 di moltiplicarsi a suo piacere nutrendosi della cellula umana. I cicli storici si ripetono come sosteneva G. Vico. Ora stiamo vivendo una vita che non ci appartiene. Tuttavia, non significa che in passato questo drammatico disagio non abbia portato, malattie, povert\u00e0, ignoranza, pestilenze, esattamente le stesse difficolt\u00e0 che stiamo riscontrando ai nostri giorni. L\u2019auspicio migliore \u00e8 augurarci che questa quarantena ci serva di lezione, per alzare la testa e riprenderci la vita, la nostra vita che tanto ci \u00e8 cara.<\/p>\n\n\n\n<p>Autore: Margherita Bonfrate<\/p>\n\n\n\n<p>Dipinto: Mario Occhipinti<\/p>\n<div style=\"margin: 20px 0;\"><div class=\"qrcswholewtapper\" style=\"text-align:left;\"><div class=\"qrcprowrapper\"  id=\"qrcwraa2leds\"><div class=\"qrc_canvass\" id=\"qrc_cuttenpages_2\" style=\"display:inline-block\" data-text=\"https:\/\/raccontamidite.com\/index.php\/2023\/07\/15\/un-nemico-sconosciuto\/\"><\/div><div><a download=\"Un nemico sconosciuto.png\" class=\"qrcdownloads\" id=\"worign\">\r\n           <button type=\"button\" style=\"min-width:400px;background:#c8fd8c;color:#000;font-weight: 600;border: 1px solid #dddddd;border-radius:4px;font-size:12px;padding: 6px 0;\" class=\"uqr_code_btn\">Download QR<\/button>\r\n           <\/a><\/div><\/div><\/div><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In questi giorni di solitudine, la lontananza da tutti m\u2019invita a ricordi cari, di quando fanciulla vissi un periodo simile a questo: un\u2019urgenza, mi costrinse a distaccarmi da tutti gli affetti e a raggiungere un luogo di soggiorno per motivi di salute.&nbsp; 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